Fabiola Paterniti
CULTURA

Dalla Chiesa, la storia del generale raccontata dai suoi uomini nel libro di Fabiola Paterniti

Sono stati versati fiumi d’inchiostro, soprattutto negli ultimi anni, sul terrorismo che ha insanguinato l’Italia tra gli anni Settanta e i primi anni Ottanta.

Abbiamo saggi più o meno documentati di storici e giornalisti e in qualche caso hanno parlato le vittime o i loro famigliari. Hanno scritto molto - anzi troppo e qualche volta a sproposito - anche i terroristi.

Viceversa è mancata totalmente la voce di chi il terrorismo lo ha combattuto in prima linea. Parliamo di quei poliziotti e carabinieri che, assieme a tanti coraggiosi magistrati, hanno nei fatti salvato la democrazia italiana e reso migliore il nostro Paese.

Un lacuna grave che la giornalista Fabiola Paterniti prova a colmare con il suo "Tutti gli uomini del generale" (Melampo Editore, 2015, Euro 16,00, pp. 224).

Il libro, infatti, raccoglie sette lunghe interviste con alcuni degli uomini - ufficiali e semplici carabinieri - che furono in quei drammatici anni a stretto contatto con il generale Carlo Alberto dalla Chiesa e che ai suoi ordini operarono all’interno del Nucleo Operativo Speciale, la struttura che di fatto neutralizzò la minaccia terroristica.

Uomini che erano nella maggior parte dei casi giovani del Sud, entrati nell’Arma magari per necessità ma capaci poi di svolgere fino in fondo il loro dovere correndo rischi altissimi e rinunciando di fatto alla loro vita privata.

Questi protagonisti di una stagione cruciale per il nostro Paese non avevano mai raccontato il loro punto di vista, un poco per scelta, ma soprattutto perché ignorati per decenni. Chiediamo allora a Fabiola Paterniti come è nato il suo libro e chi sono gli uomini del Generale:

"Il libro è nato proprio dalla constatazione che nessuno aveva mai parlato con queste persone, che sono poi i veri protagonisti della vittoria contro il terrorismo. Erano dei fantasmi quando operavano nel Nucleo dove per necessità agivano in segreto, tra di loro usavano soprannomi e vivevano una sorta di vita parallela.

Neppure i loro famigliari, infatti, sapevano quello che stavano facendo ma questo era l’unico modo per avvicinare gli ambienti in cui operavano i terroristi e combatterli con efficacia.

Erano dei fantasmi e sono rimasti fantasmi anche dopo. Hanno proseguito la loro carriera senza grandi riconoscimenti, sono invecchiati, sono andati in pensione nel silenzio generale."

Come mai questa amnesia di fronte a uomini che hanno dato tanto al nostro Paese?

"La segretezza in cui operavano ha contribuito a non farli conoscere. Poi, nella narrazione della storia del terrorismo, ha contato molto anche la cosiddetta “area grigia”: giornalisti e intellettuali che sono stati ideologicamente contigui con i terroristi perché ne condividevano alcune idee.

Idee che in origine potevano anche essere giuste ma che col tempo sono degenerate."

Cosa ha appreso da questi uomini?

"Quanta abnegazione esigeva il loro lavoro, quanto senso del dovere. Poi emerge la figura di Carlo Alberto dalla Chiesa, la sua capacità di contrastare i terroristi ricorrendo alle tattiche della guerriglia che aveva imparato durante la guerra partigiana e nella lotta alla mafia. Dalla Chiesa veniva fatto passare in quegli anni per l’Uomo Nero ma era stato partigiano e quella esperienza lo aveva formato."

Leggendo le interviste si avverte nelle parole di questi uomini un fondo di amarezza. Perché?

"Perché lo Stato li ha dimenticati e spesso proprio dalle istituzioni è arrivato fango addosso al Generale e ai suoi uomini.

Si facevano illazioni, si alimentavano sospetti come se dalla Chiesa eseguisse arresti e operazioni a orologeria seguendo un tornaconto personale.

Spesso, invece, vi erano fughe di notizie dai ministeri e il Nucleo doveva agire rapidamente per non veder vanificate le operazioni.

Gli uomini di dalla Chiesa venivano anche fatti passare degli spietati professionisti quando invece un insegnamento del Generale - e mi è stato confermato senza eccezione da tutti gli intervistati - diceva: “I terroristi non sono i vostri nemici. Dobbiamo combatterli senza tregua, ma vanno rispettati”.

E posso testimoniare, come racconto nel libro, che esiste ancora un legame forte tra alcuni ex terroristi, come per esempio Patrizio Peci, e gli uomini del Nucleo."

È ancora da scrivere la storia degli “anni di piombo”?

"In realtà si è scritto molto, ci sono tantissimi documenti. Vanno però ancora analizzati con saggezza e onestà intellettuale."

Roberto Roveda