L'upupa con la cresta (foto Enrico Perda)
CRONACA

Saludu, Deus, Su coddabentu: ecco i nomi degli uccelli in sardo

L'uomo di campagna ha sempre utilizzato termini precisi e mirati per battezzare località, piante, animali ed anche situazioni o particolari modi di fare. Il più delle volte lo ha fatto con nomi fortemente evocativi, capaci di far individuare facilmente l'oggetto cui si riferiscono. Altre volte, ed è questo l'aspetto più significativo ed affascinante, l'appellativo scelto, oltre che confermare la consuetudine all'osservazione, è frutto di raffinate sensibilità che contrastano vistosamente con lo stereotipo del campagnolo sardo rude e scontroso.

L'upupa è un uccello migratore che arriva per nidificare in Sardegna nella tarda primavera. Predilige le campagne aperte o poco alberate e si nutre prevalentemente di insetti o larve e lombrichi che estrae dal suolo grazie alla sensibilità del lungo e arcuato becco. Costruisce il nido nei muri a secco, cumuli di pietre, casolari abbandonati o nelle cavità dei vecchi alberi. In situazioni di pericolo l'upupa emette da particolari ghiandole un odore nauseabondo, fatto che le è valso localmente il nomignolo di Pubusa pudia. Ha sulla nuca una cresta di piume che generalmente tiene raccolte. Durante il corteggiamento il maschio usa offrire alla compagna qualche preda appena catturata, non prima di averla riverita inclinando leggermente il capo con la cresta aperta vaporosamente a ventaglio. Un atteggiamento che appare spettacolare, cerimonioso e riverente insieme e che in Logudoro viene sublimato, con fine riguardo, dal nomignolo di Saludu a Deus.

Anche il succiacapre è un migratore nidificante. Ha l’aspetto di un grande rondone e la capacità di spalancare enormemente il becco per catture in volo gli insetti di cui si nutre. Nel passato ha subito pesanti persecuzioni in quanto ritenuto portatore della brucellosi, nota come febbre maltese. In assenza dei rimedi della medicina ufficiale, le sue abitudini prevalentemente notturne e la frequentazione degli ovili ne hanno fatto un perfetto capro espiatorio, buono per esorcizzare la malattia: quando i pastori riuscivano a catturarne qualcuno, lo crocifiggevano, meglio se vivo, nel recinto de sa mandra, affidando al suo sacrificio la speranza di scongiurare il male. In molte zone lo chiamano Passalitorta, a causa della smorfia del becco spalancato durante il volo. Ma c'è anche chi ha saputo cogliere altri comportamenti significativi.

Il maschio durante il periodo nuziale emette in continuazione il suo verso territoriale, che è molto simile ad un ultrasuono amplificato. Un trillo particolarmente fastidioso e assordante per l'orecchio umano. Per questa ragione a Lula lo chiamano significativamente Issurdapunteri, enfatizzando così il fastidio che il verso del succiacapre arreca ai bracconieri notturni in attesa di cinghiali...

Apiaresu, Apiana, Apiolu sono i termini comunemente utilizzati per indicare il gruccione e la sua attitudine a cibarsi delle api. Il bellissimo migratore, che arriva puntualmente dall'Africa per nidificare nelle campagne della Sardegna, è noto anche come “uccello dell'arcobaleno” a causa del piumaggio variopinto, che abbina elegantemente tutti i colori dell'iride. Abita le aree vicine ai corsi d'acqua o, comunque, ricche di suoli sabbiosi e friabili, dove può scavare le lunghe gallerie all'interno delle quali nidificherà. E' un abile predatore di insetti, che cattura in volo con spettacolari acrobazie. Predilige le vespe e le api, con conseguente marcato disappunto degli apicoltori. Tuttavia il danno che può arrecare non è legato alla quantità degli insetti catturati, quanto alle conseguenze indirette del suo modo di fare. Spesso infatti i gruccioni stazionano nei pressi dell'alveare, richiamandosi in continuazione. Le api, nell'udirne il verso, non escono e sospendono le attività, compresa quella di andare a bagnarsi per poter umidificare l'interno dell'alveare. Così nelle giornate particolarmente afose l'eccessivo aumento della temperatura può causare la morte di tutto lo sciame. Una situazione sicuramente rara ed estrema, bollata con eccezionale realismo dal termine Isconca mojos attribuitogli dai contadini fonnesi.

Il gheppio, un falcone di piccole dimensioni molto comune anche nelle periferie dei centri abitati, è la specie che ha maggiormente uniformato l’inventiva dei sardi, che lo contraddistinguono allo stesso modo in molte parti dell'isola. Il piccolo rapace si nutre di insetti, piccoli rettili e micro mammiferi che cattura con un infallibile sistema di caccia: si immobilizza in aria per poter individuare le prede dall'alto e poi lasciarsi cadere su di esse. Una sorta di stallo, che in ornitologia viene comunemente chiamato “spirito santo”, ottenuto grazie ai movimenti combinati della coda e delle ali spalancate. Con finta e furbesca ritrosia i sardi lo chiamano sboccatamente Coddabentu o, giusto per alleggerire un po' il termine, Futtibentu, paesana e maliziosa interpretazione del continuo frenetico vibrare della coda, che il gheppio è costretto a fare per mantenere la posizione di stallo.

di Domenico Ruiu